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Jean Pormanove e la morte in diretta: quando la libertà diventa spettacolo estremo

Jean Pormanove e la morte in diretta: quando la libertà diventa spettacolo estremo

La morte in diretta streaming di Jean Pormanove, il content creator francese che in passato si era già sottoposto volontariamente a sevizie trasmesse in tempo reale, non è drammaticamente niente di nuovo. Nel 2023 una youtuber cinese morì davanti alle telecamere nel disperato tentativo di perdere peso, e nello stesso anno, quasi in un tragico contrappasso, un’altra influencer morì a causa di una dieta per non ingrassare.

Altre challenge autolesionistiche o pericolose — e dagli esiti mortali per chi le compie — sono diffuse da tempo e rappresentano il segno della normalizzazione della morte in diretta.

Senza voler scadere in facili sociologismi o analisi psicologiche da bar, è innegabile che stiamo iniziando a pagare il conto del vivere il rapporto con la realtà tramite la mediazione di uno schermotema affrontato, nel silenzio dei più, già da oltre vent’anni. A questo vanno aggiunte le conseguenze dell’avere trasformato la violenza in una pratica quotidiana sia dal punto di vista passivo (esposizione a video e notizie presentate in modo truculento), sia da quello attivo (pratica di “giochi” che non lasciano nulla all’immaginazione quando si tratta di accoltellare, sparare e far saltare in aria).

Le conseguenze deviate dell’economia dell’attenzione

Non si tratta di criminalizzare i videogame o i film d’azione, ma di comprendere — come denunciò nel 1995 David Grossman, un ufficiale medico dell’esercito USA, nel controverso On Killing: The Psychological cost of learning to kill in war and society — che determinati comportamenti possono essere slatentizzati e normalizzati con la loro ripetizione continua, tollerata e poi addirittura incoraggiata.

Grossman parlava del modo in cui l’esercito americano insegnava ad uccidere, ma i termini della questione sono senz’altro applicabili anche al di fuori delle necessità di addestramento di una forza armata.

A queste considerazioni ne vanno aggiunte altre, relative alla continua ricerca delle visualizzazioni — cioè delle monetizzazioni — di contenuti online. Da un lato l’obiettivo è catturare tutte le nicchie di spettatori, non importa quanto estreme applicando la legge di Barnum (quello del circo) — un po' di tutto per tutti, inclusi quelli che hanno preferenze discutibili. Dall’altro lato, gli “spettatori”, inclusi quelli che hanno preferenze discutibili, hanno bisogno di continua scariche di eccitazione per rimanere incollati agli schermi e dunque “premiano” contenuti sempre più estremi.

Come dimostrano i fatti, la convergenza di queste “necessità” genera conseguenze drammatiche

Sono vietate le challenge estreme?

Intuitivamente, si potrebbe pensare che comportamenti come quello di Pormanove e di tutti quelli che come lui e prima di lui compiono gesti irresponsabili davanti a un obiettivo siano vietati. Tuttavia, per quanto controintuitivo possa sembrare, la scelta volontaria di sottoporsi a pratiche estreme, da un punto di vista sostanziale non è illegale né vietata perché rientra nel diritto di fare quello che vogliamo del nostro corpo.

È vero che secondo l’articolo 5 del codice civile “Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all'ordine pubblico o al buon costume” ma nei fatti questa norma è ampiamente disapplicata. Dunque, nessuno ci impedisce di fumare, mangiare o bere fino a danneggiare (irrimediabilmente) la nostra salute o a rimetterci la vita perché nessuno, fra chi avrebbe il potere/dovere di farlo, si assume la responsabilità di impedire comportamenti pericolosi fino alla letalità.

Dalla diffusione di contenuti raccapriccianti all’omicidio

Se, poi, qualcuno ci spinge a commettere atti del genere lo scenario diventa alquanto più complesso.

Sembrerebbe che fino a un certo punto Pormanove si fosse sottoposto consapevolmente alle sevizie nell’ambito della “scelta editoriale” sui contenuti che veicolava. Si può discutere della natura del video — non troppo diversa, peraltro, da quella di film horror anche diventati classici della storia della cinematografia. Dunque, si può invocare l’intervento della magistratura, per l’applicazione dell’articolo 528 del Codice penale che punisce la diffusione di materiale osceno e raccapricciante.

Se non ci fosse stato l’epilogo tragico, Pormanove e il suo staff avrebbero rischiato di essere processati in Italia per la potenziale commissione di questo reato, visto che l’articolo 6 del Codice penale stabilisce che si può processare in Italia chi pur essendo all’estero commette un fatto che, pur solo in parte, costituisce reato secondo il nostro ordinamento.

La vicenda di Pormanove, tuttavia, non è limitata alla responsabilità per la diffusione di contenuti perché ad un certo punto, nel suo ultimo video, pare avesse chiesto ai suoi seviziatori di fermarsi. Se questa circostanza fosse dimostrata, lo scenario cambierebbe radicalmente perché saremmo di fronte, con buona probabilità, a un omicidio volontario o, se ci fossero dubbi sul fatto che i suoi “partner” avessero compreso di doversi fermare, colposo — commesso cioè con negligenza.

Il ruolo delle piattaforme, ma anche degli utenti

Il primo riflesso, quando accadono eventi di questo genere, è quello di invocare giri di vite nei confronti delle piattaforme di condivisione di contenuti, responsabili — si dice — di non fare abbastanza per impedirli pur di guadagnare in dati e revenue pubblicitarie. Ma quello che è accaduto è tanto diverso dalla continua esposizione, sui media tradizionali, di violenze, morti e tragedie? Come scritto anni fa su queste pagine, è estremamente difficile tirare una linea fra le necessità, spesso dure, della cronaca di eventi drammatici e il loro sfruttamento da click-bait (tema peraltro non nuovo, e dibattuto nella forma dell’estetica della miseria già dal secolo scorso). C’è, tuttavia, qualcosa di profondamente disturbante in dibattiti con bombardamenti sullo sfondo che ricordano le diatribe infinite, inconcludenti – e per questo attraenti – del Processo del Lunedì, nell’invito a “seguire la guerra minuto per minuto” come se fosse l’evoluzione di un reality show o, peggio, uno snuff-movie, nella ripetizione acritica di questa o quella narrativa, in funzione dello schieramento nel quale si è scelto di militare, ma dopo trenta secondi di pubblicità.

Gli “spettatori” sono corresponsabili?

I criteri di attribuzione della responsabilità della legge italiana e dei regolamenti europei consentono, caso per caso, di coinvolgere anche media e piattaforme nelle conseguenze derivanti dall’essere concausa di eventi tragici. Tuttavia, poco o nulla si dice sulla possibilità di considerare come potenziali corresponsabili anche gli “istigatori indiretti”, cioè chi chiede contenuti sempre più estremi in cambio della loro visualizzazione che genera reddito.

Si tratta di un discorso estremamente delicato perché non è facile stabilire un limite fra la necessità di soddisfare la propria audience e l’esserne succube al punto di rischiare la vita, come ben sanno musicisti e attori le cui carriere sono condizionate troppo spesso da scelte che nulla hanno di artistico e molto hanno di “promozionale”. Volendo fare un esempio provocatorio, potremmo infatti chiederci se veramente quelle stelle cadute per via dell’alcool o dell’eroina non volevano essere salvate, o se la loro vita è stata abbandonata a sé stessa in nome della “creazione del mito” — e della sua monetizzazione.

Anche i fan — e gli utenti delle piattaforme — sarebbero dunque corresponsabili di quello che fanno artisti e content creator per loro (o per i propri interessi)?

Sarebbe estremamente difficile ipotizzare giuridicamente una responsabilità collettiva e diffusa di chi — con l’apprezzamento di uno stile di vita o la richiesta di contenuti di un certo tipo — ha spinto o indotto Pormanove a sottoporsi alle sevizie che lo hanno portato a morte. Anche se il tema del ruolo del “branco” nei casi di violenze di gruppo lascerebbe aperto qualche spiraglio.

A monte, però, dovremmo chiederci se in casi del genere possiamo davvero parlare di libertà di scegliere addirittura la propria fine, quando l’intero sistema dei media tradizionali e digitali è costruito per premiare l’estremo, il morboso, il virale.

Dovremmo chiederci anche se siamo entrati in una nuova forma di quella schiavitù basata sullo sfruttamento del corpo, nella quale la differenza fra sfruttato e sfruttatore è sempre più labile, e in nome della quale si è disposti a tutto.

Un tempo, i gladiatori sapevano che sarebbero morti per fare spettacolo ma non per questo accettavano il proprio destino. Oggi, invece la spettacolarizzazione della sofferenza è resa possibile da parte di chi la subisce. E forse, dietro ogni gesto estremo, non c’è solo un individuo, ma l’intero pubblico che lo guarda e lo rende possibile.

La Repubblica

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